Chi sono - Perché questa pagina - Novità e aggiornamenti - Testi - Materiali

 

Pleniluni e quarti di luna

 

QUARTI DI LUNA

Divagazioni dal fondo del pozzo

(gennaio-febbraio 1997)

 

6. Toccare la luna

6.1 Italo Calvino

6.2 Conclusioni

6.3 Bibliografia sommaria

 

Ormai tutto è passato: con il nostro secolo la tecnica appare in grado - un giorno o l’altro - di arrivarci, sulla luna. La confidenza si sente: la sua verginità millenaria può essere violata. Lo si sentiva già in Lucini, in Marinetti, in Cavacchioli, che fecero diventare Selene una sorta di donnina allegra, a caccia di Endimioni infiniti.

Questa contiguità, la coscienza o il sogno di poter «toccare la luna» perché è uguale alla terra (in altre parole, la penetrazione a livello generale della teoria galileiana) negli anni Venti è talmente diffusa da diventare soggetto di canzonette, di numeri da café chantant: proprio del 1920 è una allegra e ironica canzoncina di Ripp, uno che ai suoi tempi deve aver avuto il suo quarto d’ora di notorietà: Chissà (riflessioni sulla luna). Cosa ci sta dentro a quella specie di riflettore? si chiede il nostro

 

Chissà?

se nella luna ballano il fox-trote?

Se le donnine fanno le cocotte?

Se sono aperti i restaurant di notte?

 

Anche sulla luna ci devono essere tradimenti e adulteri, con quelle corna che porta due volte al mese, e certo c’è sindacati e scioperi, degli elettricisti, almeno, visto che ogni mese si spegne. Rogne, ce ne devono essere, niente di diverso che sulla terra.

 

Dicon, santi numi,

che là dentro a fiumi

il petrolio scorra in verità.

E se c’è il petrolio

c’è un governo e un monopolio.

Chissà

se nella luna c’è la saccarina?

se si conservan nella naftalina?

se pizzicar si suol la cocaina?

Chissà?

se c’è il merluzzo e il baccalà??!

 

Il nostro ha individuato un tema che sarà importante nelle vicende successive: la luna merita di essere esplorata perché, non si sa mai, potrebbero esserci delle materie prima utili. Si tratta solo di andarle a prendere. Con le analisi spettrografiche, qualcosa di quello che c’è davvero sulla luna si poteva già intuire: certo, anche un fine dicitore poteva coglierne riflessi nelle gazzette dell’epoca.

È col secondo dopoguerra che si parla davvero di andare sulla luna, sfruttando un sottoprodotto della tecnologia militare: i missili che erano stati usati per bombardare Londra sono il prototipo delle macchine che possono portare nello spazio siderale l’uomo e i suoi prodotti. Si possono citare alcune date: il 10 gennaio del 1959 una navicella sovietica, Lunik 3, portò le prime immagini della faccia nascosta della luna, quelle intimità che Artemide aveva così strenuamente difeso e che tanto erano costate al povero Atteone; Zond 3, altra sonda russa, diede nel 1965 immagini totali sempre della faccia nascosta (che, si scoprì, somiglia clamorosamente a quella che era stata sempre vista); il 3 febbraio dell’anno successivo Lunik 9 fu il primo oggetto costruito dall’uomo a poggiarsi sulla superficie del satellite: si inventò un verbo apposta, «allunare».

(Nel 1962 un grande e non dimenticato canzonettista, Domenico Modugno - lo ricorderemo ancora - aveva celebrato in Selene queste vicende con un twist intervallato da pause sognanti:

 

Selene-ene-à

come è bello stare qua,

il peso sulla luna è la metà della metà.

Mano per mano

noi ce ne andremo

come due piume leggere

sopra vulcani

spenti da sempre

in questo mondo di pace

c’è tanta pace

Selene-ene-a

come è facile ballar,

lascia tutto e vieni qua

è un mistero e non si sa

il peso sulla luna

è la metà della metà.)

 

 

Infine, il grande momento: «un piccolo passo per un uomo, un enorme balzo per l’umanità», come disse Neil Armstrong scendendo dalla scaletta del modulo lunare. Era il 21 luglio del 1969, quando infine un essere umano discese davvero su Selene. A lui ne seguirono degli altri; poi si smise.

Questa luna infine toccata non era più la stessa luna che Saffo osservava stagliarsi sulle acque dell’Egeo, non era più nemmeno la stessa, uguale alla terra, che aveva pensato Galileo.

La conoscenza dell’universo era andata avanti, nei secoli; aveva dato origine a una tecnologia in grado non solo di portare l’uomo sulla luna, ma di dar da mangiare a molti miliardi di uomini oppure di ucciderli tutti d’un colpo, con un bel fuoco d’artificio di bombe all’idrogeno. L’uomo correva ormai più veloce di ogni cavallo, volava al par delle aquile, andava sott’acqua meglio di un merluzzo, perfino in quelle profondità oceaniche dove nemmeno i pesci hanno il coraggio di scendere (Jean Piccard s’era calato nel 1960 al fondo della Fossa delle Marianne: più giù non si può andare).

Tutto questo, e l’infinito altro che tutti sanno e che sarebbe troppo lungo dire, era stato reso possibile dalle tecniche, elaborate in applicazione delle scienze. Le quali, rispetto ai tempi di Galilei e di Newton, avevano riflettuto moltissimo, specie su se stesse, ed erano arrivate a conclusioni stupefacenti, perché sembravano negare una tradizione di pensiero consolidata:

- le teorie scientifiche non sono la descrizione di una realtà, così come essa è, ma semplicemente uno strumento per prevedere qualcosa: non sappiamo come si muovano gli astri, ma se applichiamo le equazioni di Keplero potremo prevedere dove starà la luna di qui a tre ore o di qui a tre secoli (questo l’aveva già spiegato Kant, fine ‘700);

- i conti che facciamo con queste teorie non sono necessariamente precisi, non è detto che la legge fisica valga sempre a puntino: essa esprime una valutazione probabilistica, statistica (Heisenberg);

- lo spazio e il tempo non sono cose diverse, a certe condizioni posso parlare di tempo in termini di spazio e viceversa; i fenomeni che percepisco non sono definibili se non in base all’osservatore (Einstein);

- non esiste una teoria in grado di definire tutti i fenomeni fisici: in modo particolare, per dar conto di certi comportamenti della luce devo pensare che essa sia fatta di onde elettromagnetiche, per certi altri, che si debba invece attribuirle natura corpuscolare;

- in matematica, cioè in tutte le scienze che la usano come linguaggio, non è possibile dimostrare tutto: devo sempre partire da qualcosa di indimostrato, vale a dire che non posso dimostrare niente (Gödel);

- nel momento in cui vado a misurare i fenomeni che avvengono al livello elementare della materia, quello atomico e subatomico, lo strumento di misura modifica in modo radicale la mia misura, falsando i dati;

- la descrizione che posso dare di questi aspetti profondi non potrà mai essere osservata con nessuna osservazione, sia per la scala infinitamente piccola dei fenomeni che per la loro estrema rapidità.

E si potrebbe continuare. Sono sorte molte interpretazioni cosmologiche, paleontologiche, tentativi più o meno credibili di ricostruire una storia prima dell’uomo. (Da questo, vedremo, ha preso spunto narrativo Italo Calvino.) Che ovviamente non può essere verificabile, perché testimonianze non ce ne sono, e assume perciò forme che confinano con quelle del mito.

Il bello è che, nell’uso pratico, tutto questo non ha inciso sulla rilevanza della scienza per l’uomo: se, come pensava Dewey, davvero la prova che il budino è «giusto» sta nel mangiarlo, allora dovremmo riconoscere che la scienza è vera; peccato solo che sia proprio essa stessa a mettersi in dubbio: lo scopo dello scienziato (osservava Karl Popper) è dimostrare che le teorie dei suoi predecessori erano sbagliate. La scienza, se ne conclude, non è conoscenza, ma tecnica. Ha fatto sì che l’uomo abbia cambiato il mondo e se stesso, ma non ha permesso né può permettere di rispondere alle domande più profonde, alla domanda che le riassume tutte: perché?

 

6.1 Italo Calvino

Italo Calvino (1923-1985) attraversa tutte queste novità, e ne è perfettamente consapevole.

La questione centrale dovrebbe essere l’ambiguità di Calvino, che scrive dopo (durante, in verità) che la luna è stata violata; essa è diventata una terra come le altre, ma la sua storia la fa essere diversa, ancora e sempre.

Certo, è una luna post-Armstrong o quasi, presuppone un uomo che arriva, e per davvero, alla luna. Che ristabilisca uno scambio che l’umanità ha sentito esistente, ma che nella storia è stato solo immaginato.

L’ispirazione delle Cosmicomiche, di Ti con zero e dei testi collegati è sempre correlata alla scienza: in gran parte dei racconti, per esempio, a mo’ di exergo, stanno citazioni di scienziati, serissime ipotesi astrofisiche, biologiche, paleontologiche, ecc. Però, questa ispirazione si risolve in un racconto dalla forma simile al mito: perché la scienza, nei suoi limiti estremi, ha forma mitologica, e si ritrova ad essere, né più né meno, materiale/oggetto/soggetto di affabulazione. Si tratta, in generale, di miti dell’origine: ma come è iniziato tutto questo?

Calvino compie un’altra operazione che mette a nudo insieme grandezza e limiti della scienza: cosa c’era quando non c’era nessuno a vederlo? Qwfwq, l’essere contemporaneo con l’Essere, è lo stesso spirito scientifico, che può contemplare, coi mezzi di oggi che allora non c’erano, T0, il momento dell’inizio come lo annotano i fisici. Si tratta di un’operazione complessa: da un lato, certo, è «garantita» dalle metodiche che si vogliono precise, cartesiane, della scienza; d’altra parte, sono, per forza, un portato della fantasia.

La scommessa è platonizzante: afferma la tesi che l’idea del vedere, della fantasia, ecc., sia sovraordinata rispetto al tempo. C’è sempre stata, insomma, almeno in potenza, la fantasia contemporanea: o, che è lo stesso, le coordinate con cui si percepisce il mondo, si può pensare siano sempre esistite uguali a se stesse - il che è il motorino dell’illuminismo, vattelappesca quanto platonico!

 

Qfwfq ha l’età dell’universo, preesiste all’uomo, è una sorta di coscienza dell’esistere o forse del possibile.

 

Le cosmicomiche, nell’edizione del 1965, cominciano con la luna: omaggio a tutta la nostra tradizione lunare.

Domanda: è tradizione eccentrica, oppure si tratta della tradizione che porta alla scienza?

La memoria del mondo e altre storie cosmicomiche (1968). Nelle intenzioni di Calvino doveva essere la sistemazione finale del materiale cosmicomico: era formato, nelle intenzioni, da cinque serie di quattro racconti. La prima era dedicata alla luna e comprendeva i quattro racconti «lunari» di cui diremo.

 

La distanza dalla Luna (1964, pubblicata nelle Cosmicomiche del 1965)

Riassunto. Un tempo la luna era assai vicina alla terra.

L’alta marea quasi la toccava. Ci si saliva dalla barca con la scala a pioli, anche Qwfwq, ma più bravo era suo cugino il sordo.

Sulla luna c’era il latte lunare, denso come ricotta. Si lanciava sulla terra a cucchiaiate.

Poteva capitare, come alla piccola Xlthlx, di trovarsi librati a metà altezza, e dover mangiare pesci volanti per “cadere” giù.

Storia complessa: Qwfwq è innamorato della moglie del capitano Vhd Vhd, a sua volta attirata dal sordo, ma gelosa perché anche lui ama la luna. Anche la signora Vhd Vhd vuol salire sulla luna. Qwfwq e lei non riescono a scendere: li si attende un mese prima che la luna torni a portata di mano. La luna si sta allontanando; i marinai la raggiungono solo con una pertica lun­ghissima. Qwfwq torna sulla terra, la signora Vhd Vhd sceglie di stare sulla luna, forse è ancora lì...

È la storia dell’inizio della luna, una variazione sulla tesi che si è staccata dalla terra. Recupera il tema dell’uomo della luna. Fornisce una spiegazione alla natura “femminile” della luna. Propone il motivo alchemico del latte lunare.

La luna come un fungo (1965, apparso in La memoria..., 1968) Riassunto.

La luna è uscita dalla Terra, ha lasciato l’Oceano Pacifico e provocato così l’emersione dei continenti. Si viveva - racconta Qwfwq - su uno strato sottile d’acqua. Solo l’ispettore Oo prevedeva che ci sarebbe stata la divisione.

A un certo momento il fondo si alza e Qwfwq si ritrova in secco, per aria. Un’onda di granito, inarrestabile.

Qwfwq cerca di salvare il salvabile del suo mondo, ma si trova in secca solo con Bm Bn il pirata che lo lega e si abbandona a saccheggi e violenze. Fa prigionia anche la ragazza Flw.

Arriva Oo, che aveva calcolato giusto. E si mette, da tecnico, a disposizione di chi comanda, Bm Bn.

Il granito continua ad alzarsi; resta una specie di peduncolo a tenerlo attaccato alla terra, attraverso il quale Qwfwq e Flw (Flow?) scendono. Giusto in tempo: il granito, diventato infine Luna, si stacca, mentre Oco e Bm Bn, arrabbiati, se ne vanno con lei bisticciando.

Qwfwq è felice, perché ha con sé Flw, e deve tutto ciò alla luna.

 

Qui Calvino «spiega» perché gli uomini si rivolgano alla luna: per riconoscenza!

 

 

La molle luna (1965, apparsa in Ti con zero del 1967)

Un tempo la luna cadeva a pezzi sulla terra, dopo essere stata un pianeta, attratto poi in orbita col nostro. I pezzi caduti hanno formato i continenti.

In un paesaggio lontano nel tempo, tuttavia simile al nostro, Qwfwq con Sibyl all’osservatorio osserva la Luna che si avvicina. È entrata in orbita intorno al­ la Terra.

E’ una luna molle molle, mentre la Terra è dura dura. Maree solide come escre­scenze sulla superficie lunare. E se i pezzi cadono? Sibyl è ottimista: danni ne fa pochi.

Invece no, perché ricopre tutta la Terra di una poltiglia schifosa.

Ne siamo usciti un po’ alla volta, ricostruendo la primitiva crosta terrestre di plastica e cemento.

 

La molle Luna

Secondo i calcoli di H. Gerstenkorn, sviluppati da H. Altven, i continenti terrestri non sarebbero che frammenti della Luna caduti sul nostro pianeta. La Luna in origine sarebbe stata anch ‘essa un pianeta gravitante attorno al Sole, fino al momento in cui la vicinanza della Terra non la fece deragliare dalla sua orbita. Catturata dalla gravitazione terrestre, la Luna s’accostò sempre di più, stringendo la sua orbita attorno a noi. A un certo momento la reciproca attrazione prese a deformare la superficie dei due corpi celesti, sollevando onde altissime da cui si staccavano frammenti di materia lunare che finivano per cadere sulla Terra. In seguito, per influsso delle nostre maree, la Luna fu spinta a riallontanarsi, fino a raggiungere la sua orbita attuale. Ma una parte della massa lunare, forse la meta, era rimasta sulla Terra, formando i continenti.

S’avvicinava - raccontò Qfmvfq, - me ne accorsi mentre rincasavo, alzando gli occhi tra le mura di vetro e acciaio, e la vidi, non più una luce come tante ne brillano la sera: quelle che s’accendono sulla Terra quando a una data ora alla centrale abbassano una leva, e quelle del cielo, più lontane ma non dissimili, o che comunque non stonano con lo stile di tutto il resto, parlo al presente, ma mi riferisco sempre a quei tempi remoti, - la vidi che si staccava da tutte le altre luci celesti e stradali, e acquistava rilievo sulla mappa concava del buio, occupando non più un punto, magari anche grosso, tipo Marte e Venere, come una sforacchiatura da cui la luce s’irradia, ma una vera e propria porzione di spazio, e prendeva forma, una forma non ben definibile perché gli occhi non erano ancora abituati a definirla ma anche perché i contorni non erano abbastanza precisi per delimitare una figura regolare, insomma vidi che diventava una cosa.

E mi fece senso. Perché era una cosa che per quanto non si capisse di cosa fosse fatta, o forse proprio perché non si capiva, appariva diversa da tutte le cose della nostra vita, le nostre buone cose di plastica, di nylon, di acciaio cromato, di ducotone, di resine sintetiche, di plexiglas, di alluminio, di vinavil, di fòrmica, di zinco, di asfalto, di amianto, di cemento, le vecchie cose fra le quali eravamo nati e cresciuti. Era qualcosa d’incompatibile, di estraneo. La vedevo avvicinarsi come stesse per prendere d’infilata i grattacieli di Madison Avenue (parlo di quella d’allora, incomparabile con la Madison Avenue d’adesso), in quel corridoio di cielo notturno alonato di luce al di là della linea segmentata dei cornicioni; e dilatarsi imponendo su questo nostro paesaggio familiare non solo la sua luce d’un colore sconveniente, ma il suo volume, il suo peso, la sua incongrua sostanza. E allora, per tutta la faccia della Terra, - superfici di lamiera, armature di ferro, pavimenti di gomma, cupole di cristallo -, per tutto quel che di noi era esposto verso l’esterno, sentii passare un brivido.

Veloce, quanto me lo consentiva il traffico, presi il tunnel, guidai verso l’Osservatorio. Sibyl era lì, l’occhio applicato al telescopio. Di solito non voleva che venissi a trovarla in orario di lavoro, e appena mi vedeva faceva una faccia contrariata; quella sera no, non alzò neppure il viso, era chiaro che s’aspettava la mia visita. «Hai visto?» sarebbe stata una domanda stupida ma dovetti mordermi la lingua per non dirlo, tanto ero impaziente di sapere cosa ne pensava.

- Sì, il pianeta Luna si è avvicinato ancora, - disse Sibyl prima che io avessi chiesto nulla, - è un fenomeno previsto.

Mi sentii un po’ sollevato. - È previsto anche che torni ad allontanarsi? - do­mandai.

Sibyl continuava a socchiudere una palpebra e a scrutare nel telescopio. - No, - disse, - non s’allontanerà più.

Non capivo. - Vuoi dire che Terra e Luna sono diventati pianeti gemelli?

- Voglio dire che la Luna non è più un pianeta e che la Terra ha una Luna.

Sibyl aveva un modo di buttar lì le questioni che riusciva a irritarmi ogni volta. - Ma che modo di ragionare è questo? - protestai. - Ogni pianeta è pianeta quanto gli altri, no?

- E tu lo chiameresti un pianeta, questo? Dico: un pianeta come è pianeta la Terra ? Guarda! - e Sibyl si staccò dal telescopio facendo segno che m’ accostassi. - Luna non sarebbe riuscita mai a diventare un pianeta come il nostro. Io non ascoltavo la sua spiegazione: la Luna, ingrandita dal telescopio, m’appariva in tutti i particolari, ossia me ne apparivano molti particolari insieme, così mescolati che più la osservavo meno ero sicuro di com’era fatta, e solo potevo testimoniare l’effetto che questa vista provocava in me, un effetto d’affascinato disgusto. Per prima cosa potrei dire delle venature verdi che la percorrevano, più fitte in certe zone, come un reticolo, ma questo a dire il vero era il particolare più insignificante, meno vistoso, perché quelle che erano, diciamo, le sue proprietà generali sfuggivano a una presa dello sguardo, forse per il luccichio un po’ viscido che trasudava da una miriade di pori, si sarebbe detto, o opercoli, e anche in certi punti da estese tumefazioni della superficie, come bubboni oppure ventose. Ecco che sto tornando a fissarmi sui particolari, metodo di descrizione più suggestivo in apparenza, ma in realtà di efficacia limitata, perché è solo considerandoli in tutto l’insieme - come sarebbe il gonfiore della polpa sublunare che tendeva i pallidi tessuti esterni ma li faceva anche ripiegare su se stessi in anse o rientranze dall’aspetto di cicatrici (sicché poteva anche essere questa Luna, composta di pezzi premuti insieme e male appiccicati), - è, dico, in tutto l’insieme, come di viscere ammalate, che vanno considerati i singoli particolari: per esempio una foresta fitta come di pelo nero che sporgeva da uno strappo.

- Ti sembra giusto che continui a girare intorno al sole come noi, alla pari? - diceva Sibyl. - La Terra è troppo forte: finirà per spostare Luna dalla sua orbita e farla girare attorno a sé. Avremo un satellite.

L’angoscia che provavo mi guardavo bene dall’esprimerla. Sapevo come reagiva Sibyl in questi casi: ostentando un atteggiamento di superiorità, se non addirittura di cinismo, come chi non si meraviglia mai di niente. Faceva così per provocarmi, credo (anzi: spero; certo avrei provato ancor più angoscia pensando che lo facesse per vera indifferenza).

- E… e… - presi a dire, studiandomi di formulare una domanda che non manifestasse altro che una curiosità obiettiva e che pure obbligasse Sibyl a dirmi qualcosa per placare la mia ansia (ancora dunque speravo questo da lei, ancora pretendevo che la sua calma mi rassicurasse), - e l’avremo sempre così in vista?

- Questo è niente, - rispose. - S’avvicinerà ancora. - E, per la prima volta, sorrise. - Non ti piace? Eppure, a vederla li, così diversa, così lontana da ogni forma conosciuta, sapendo che è nostra, che la Terra l’ha catturata e la tiene lì, non so, a me piace, mi pare bella.

A questo punto, non m’importò più di nascondere il mio stato d’animo. - Ma non ci sarà pericolo, per noi? - domandai.

Sibyl tese le labbra nella sua espressione che meno amavo. - Noi siamo sulla Terra, la Terra ha una forza che può tenersi intorno dei pianeti per conto suo, come fa il Sole. Cosa può contrapporre, Luna, come massa, campo gravitazionale, tenuta d’orbita, consistenza? Vuoi mica metterla a confronto? Luna è molle molle, la Terra è dura, solida, la Terra tiene.

- E la Luna, se non tiene?

- Oh, sarà la forza della Terra a farla stare a posto.

Aspettai che Sibyl finisse il suo turno all’Osservatorio per accompagnarla a casa. Appena fuori della città c’e quel nodo da cui le autostrade si diramano get­tandosi su ponti che si scavalcano l’un l’altro con percorsi tutti a spirale tenuti alti da pilastri di cemento di diverse altezze e non si sa mai in che direzione si sta girando nel seguire le frecce bianche verniciate sull’asfalto, e a tratti la città che ti stai lasciando alle spalle te la trovi di fronte che s’avvicina quadrettata di luci tra i pilastri e le volute dalla spirale. C’era la Luna proprio sopra: e la città mi parve fragile, sospesa come una ragnatela, con tutti i suoi vetrini tintinnanti, i suoi filiformi ricami di luce, sotto quell’escrescenza che gonfiava il cielo.

Adesso ho usato la parola escrescenza per designare la Luna , ma devo subito ricorrere alla stessa parola per indicare la novità che scopersi in quel momento: cioè che un’ escrescenza stava spuntando da quella Luna-escrescenza, e si stava protendendo verso la Terra come uno smoccolamento di candela.

- Cos’è quello? Cosa succede? - chiedevo, ma ormai una nuova curva aveva riportato la nostra auto in viaggio verso il buio.

- È l’attrazione terrestre che provoca maree solide sulla superficie lunare, disse Sihyl. - Come t’avevo detto: bella consistenza!

Lo snodo dell’autostrada ci fece trovare ancora una volta con la Luna di fronte, e quello smoccolamento s’era ancora allungato verso la Terra , arricciolandosi in punta come un baffo, e poi assottigliando l’attaccatura come in un peduncolo, dandogli quasi l’aspetto d’un fungo.

Abitavamo in un cottage, allineato con gli altri lungo uno dei tanti viali d’una Cintura Verde sterminata. Ci sedemmo come sempre sulle sedie a dondolo della veranda che dava sul backyard, ma stavolta non guardavamo il mezzo acro di piastrelle vetrificate che costituivano il nostro lotto di spazio verde; gli occhi restavano fissi in altro, calamitati da quella specie di polpo che ci sovrastava.

Perché ora gli smoccolamenti della Luna erano diventati tanti, e s’estendevano verso la Terra come tentacoli vischiosi, e ognuno di essi sembrava sul punto di smoccolare a sua volta una materia fatta di gelatina e pelo e muffa e bava.

- Dimmi tu se può disgregarsi così, un corpo celeste? - insisteva Sibyl. - Ora ti renderai conto della superiorità del nostro pianeta. Luna venga pure sotto, venga: arriverà il momento in cui si ferma. Ha questa forza il campo gravitazionale della Terra, che dopo aver attratto il pianeta Luna fin quasi addosso a noi, tutt’a un tratto lo arresta, lo riporta a una distanza giusta e lo tiene su, facendolo girare, comprimendolo in una palla compatta. Luna potrà ringraziare noi, se non si spappola.

I ragionamenti di Sibyl io li trovavo convincenti, perché anche a me la Luna sembrava qualcosa d’inferiore e ripugnante; però essi non riuscivano a calmare la mia apprensione. Vedevo le propaggini lunari torcersi al cielo con movimenti sinuosi, come cercassero di raggiungere o avvolgere qualcosa: c’era la città, là sotto, in corrispondenza d’un alone di luce che vedevamo affiorare sull’orizzonte dentellato dall’ombra della skyline. Si sarebbe fermata in tempo, la Luna , come diceva Sibyl, prima che uno dei suoi tentacoli non arrivasse a ghermire la guglia d’un grattacielo? E se, prima ancora, una di queste stalattiti che con­tinuavano ad allungarsi e assottigliarsi, si fosse staccata piovendoci addosso?

- Può essere che qualcosa venga giù, - ammise Sibyl, senz’aspettare una domanda, - ma che c’importa? La Terra è tutta rivestita di materiali impermeabili, indeformabili, lavabili; anche se ci cola addosso un po’ di questa poltiglia lunare, si fa presto a pulire.

Come se l’assicurazione di Sibyl m’avesse messo in grado di vedere qualcosa che certo da un po’ si stava verificando, esclamai: - Ecco, vien giù roba! - e levai il braccio a indicare una sospensione di dense gocce d’una pappa cremosa nell’aria. Ma proprio nello stesso momento una vibrazione parti da Terra, un tintinnio: e attraverso il cielo, in direzione opposta alle falde di secrezione planetarie che calavano si levò un volo minutissimo di frammenti solidi, le scaglie della corazza terrestre che andavano in briciole: vetri infrangibili e lamiere d’acciaio e rivestimenti di materiale coibente, aspirati dall’attrazione della Luna come in un vortice di granelli di sabbia.

- Danni minimi, - disse Sibyl, - e soltanto in superficie. Potremo riparare le falle in poco tempo. Che la cattura di un satellite ci costi qualche perdita, è logico: ma ne vale la pena, non c’è nemmeno da fare il confronto!

Fu allora che udimmo il primo schiocco di meteorite lunare che cadeva sulla Terra: uno «splash!» fortissimo, un frastuono assordante e nello stesso tempo disgustosamente molle, che non restò isolato ma fu seguito da una serie come di spiaccichii esplosivi, di frustate caramellose che stavano cadendo da tutte le parti. Prima che gli occhi s’abituassero a percepire quel che cadeva, passò un po’ di tempo: a dire la verità, fui io che tardai perché m’aspettavo che i pezzi della Luna fossero anche loro luminosi, mentre Sibyl li vedeva già, e commentava con il suo tono sprezzante ma nello stesso tempo con una insolita indulgenza: - Meteoriti molli, domando io se s’è mai vista una cosa simile, proprio roba da Luna... però interessante, a suo modo...

Uno ne rimase appeso alla rete metallica della siepe per metà accartocciata sotto il peso, traboccando sul terreno e subito impastandosi con esso, e io cominciai a raccogliere delle sensazioni che m’avrebbero permesso di formarmi una immagine visuale di quel che avevo davanti, e allora mi resi conto d’altre chiazze più piccole disseminate per tutto il pavimento di piastrelle: qualcosa come una fanghiglia di muco acido che penetrava negli strati terrestri, o meglio come un parassita vegetale che assorbiva tutto quel che toccava incorporandolo nella sua polpa mucillaginosa, oppure come in un siero in cui erano agglomerate colonie di microrganismi vorticosi e voracissimi, oppure un pancreas tagliato a pezzi che tendeva a saldarsi di nuovo assieme aprendo a ventosa le cellule dei lembi recisi, oppure...

Avrei voluto chiudere gli occhi e non potevo; ma quando sentii la voce di Sibyl che diceva: - Certo fa schifo anche a me, ma se pensi che finalmente è stabilito che la Terra è diversa e superiore e che noi siamo da questa parte, credo che possiamo per un momento prenderci anche il gusto di sprofondarci dentro, perché tanto poi... - Mi voltai di scatto verso di lei. La sua bocca era aperta in un sorriso che non le avevo mai visto, un sorriso umido, un po' animale...

La sensazione che provai a vederla così si confuse con lo spavento provocato quasi nello stesso momento dalla caduta del grande frammento lunare, quello che sommerse e distrusse il nostro cottage e tutto il viale e il sobborgo residenziale e gran parte della Contea, in un unico stordimento caldo e mieloso. Scavando nella materia lunare tutta la notte, riuscimmo a rivedere la luce. Era l’alba; la tempesta dei meteoriti era terminata; la Terra attorno a noi era irriconoscibile, ricoperta da un altissimo strato di fango impastato di proliferazioni verdi e di organismi sguscianti. Delle nostre antiche materie terrestri non era più visibile alcuna traccia. La Luna stava allontanandosi in cielo, pallida, irriconoscibile anch’essa: aguzzando gli occhi la si scorgeva cosparsa di una fitta coltre di cocci e schegge e frantumi, lucidi, taglienti, puliti.

Il seguito è noto. Dopo centinaia di migliaia di secoli cerchiamo di ridare alla Terra il suo aspetto naturale d’una volta, ricostruiamo la primitiva crosta terrestre di plastica e cemento e lamiera e vetro e smalto e pegamoide. Ma quanto siamo lontani. Per chissà quanto tempo ancora saremo condannati ad affondare nella deiezione lunare, fradicia di clorofilla e succhi gastrici e rugiada e grassi azotati e panna e lacrime. Quanto ancora ci manca prima di saldare le piastre lisce ed esatte del primigenio scudo terrestre in modo da cancellare - o almeno da nascondere gli apporti estranei e ostili. E coi materiali d’adesso, poi, messi insieme alla bell’e meglio, prodotti d’una Terra corrotta, che invano cercano d’imitare le prime inimitabili sostanze.

I veri materiali, quelli d’allora, dicono che ormai si trovino soltanto sulla Luna, inutilizzati e alla rinfusa, e che solo per questo metterebbe conto d’andarci: per recuperarli. Io non vorrei fare la parte di chi viene sempre a dire cose spiacevoli, ma la Luna sappiamo tutti in che stato è, esposta alle tempeste cosmiche, bucherellata, corrosa, logora. A andarci, avremmo solo la delusione d’apprendere che anche il nostro materiale d’allora - la grande ragione e prova della superiorità terrestre - era roba scadente, di breve durata, che non serve più neanche da rottame. Sospetti come questi una volta mi sarei guardato bene dal manifestarli a Sibyl. Ma adesso, - grassa, spettinata, pigra, golosa di pasticcini alla crema, - che cosa può ancora dirmi, Sibyl?

 

La protagonista si chiama Sibyl: nome da astromante. Fa l’astronoma, cioè guarda le stelle e cerca di prevedere cosa faranno (ma non prevede la propria fine: come l’astrologo Grillo nel Furioso).

(Ancora Calvino in Le città invisibili (1972) tratta a questo modo il tema dell’astrologia:

Chiamati a dettare le norme per la fondazione di Perinzia gli astronomi stabilirono il luogo e il giorno secondo la posizione delle stelle, tracciarono le linee incrociate del decumano e del cardo orientate l’una come il corso del sole e l’altra come l’asse attorno a cui ruotano i cieli, divisero la mappa secondo le dodici case dello zodiaco in modo che ogni tempio e ogni quartiere ricevesse il giusto influsso delle costellazioni opportune, fissarono il punto delle mura in cui aprire le porte prevedendo che ognuna inquadrasse un’eclisse di luna nei prossimi mille anni. Perinzia -assicurarono - avrebbe rispecchiato l’armonia del firmamento; la ragione della natura e la grazia degli dei avrebbero dato forma ai destini degli abitanti. Seguendo con esattezza i calcoli degli astronomi, Perinzia tu edificata; genti diverse vennero a popolarla; la prima generazione dei nati a Perinzia prese a crescere tra le sue mura; e questi alla loro volta raggiunsero l’età di sposarsi e avere figli.

Nelle vie e piazze di Perinzia oggi incontri storpi, nani, obesi, donne con la barba. Ma il peggio non si vede; urli gutturali si levano dalle cantine e dai granai, dove la famiglia nascondono i figli con tre teste o con sei gambe.

Gli astronomi di Perinzia si trovano di fronte a una difficile scelta: o ammettere che tutti i loro calcoli sono sbagliati e le loro cifre non riescono a descrivere il cielo, o rivelare che l’ordine degli dei è proprio quello che si rispecchia nella città dei mostri. (II, p. 480).

Inutile ricordare che qui il discorso è quello dei limiti della scienza: essa, che pure offre all’uomo un’importante base di conoscenza, va, secondo Calvino, controllata. Non si può avere nella ragione una confidenza cieca, un attaccamento religioso; essa stessa deve essere sottoposta a critica, non c’è mai una conoscenza definitiva.

Omologia fra terra e luna; si riprende quanto già si trova nella tradizione, da Luciano in poi. Lo scambio fra i due corpi celesti è avvenuto allora, quando ci fu questa specie di collisione.

Si può considerare questo anche come un tema zodiacale: la luna ha avuto un influsso sulla terra: allora, determinandone il destino di ricostruzione della civiltà. Inoltre, si presenta il tema dell’eterno ritorno: la luna ha determinato la fuoriuscita da una civiltà che si deve ora ricostruire.

Il contatto fra terra e luna è pernicioso e fruttifero: distrugge il passato, fa nascere un futuro incontrollabile. Inoltre, il contatto con la luna (la verità esterna) dissemina la falsità: trasforma la terra in qualcosa di diverso da sé che deve tornare ad essere quel che era. D’altro canto, anche la verita è transeunte: se lo è, lo è qui e ora. Col tempo che passa, perde il suo valore...

Le Figlie della luna (in La memoria..., 1968) (riassunto)

La luna non è una, sono state tante, nascono e muoiono.

C’era una civiltà, prima di questa, motto un’altra luna, ma uguale alla nostra; era una luna consumata, scassata, agli sgoccioli. Si abbassa sempre più, provocando strani comportamenti. C’è una ragazza nuda a Centrai Park che cerca di salvare la luna: si chiama Diana.

Sale sull’auto di Qwfwq e vanno verso la luna cadente.

Ma no: ce ne sono tante di queste Diane, ognuna sopra una macchina, tutte a insolentire la luna.

Ci si ferma in una discarica, un cimitero di automobili. Le ragazze scendono, fanno cerchio. Alzano le braccia. Ma arriva un’ enorme gru, che afferra la luna, e cerca di tirarla a terra. Ce la fa; la tira giù. E’ proprio una schifezza, degna della discarica. Arrivano vagabondi. Con le ragazze sciolgono la luna dai legami che le avevano imposto. Le ragazze la portano via, e la seguono tutte le cose vecchie e abbandonate della discarica. Arrivano in città, N.Y., dove incontrano un corteo: è il Giorno del Ringraziamento. Man mano che il corteo lunare passa, tutto si deteriora, invecchia.

Arrivano al mare, la luna viene buttata dentro; ne esce subito una nuova, e tutto torna com’era un tempo, prima della civiltà. Gli uomini ritornano mammuth.

C’è in Calvino un’idea vichiana, dei corsi e ricorsi: ma il riferimento potrebbe anche essere a Nietzsche. È il concetto stesso di vita a essere messo in gioco: è qualcosa che ritorna, che non finisce, che non trova perciò il limite necessario a farla essere, che è la morte. Ci sono uomini che cambiano, come lune; ci sono lune che vanno e vengono, come uomini.

 

L’interazione fra la terra e la luna è qualcosa di fisico, concreto (qui si torna alla tradizione dei viaggiatori, a Luciano o Cyrano, o meglio a Galileo, con la differenza che lì era tutta immaginazione, qui possibilità tecnica concreta). C’è, fra luna e terra, una specie di unità originaria, o successivamente costruita, una osmosi, che non conosciamo più ma che l’antico Qwfwq ha ben presente. Terra e cielo, contro Aristotele e i suoi continuatori, sono strettamente legati, i fenomeni sono retti dalle medesime leggi, la semantizzazione extraterrestre di ciò che sta sopra/oltre la terra è meramente simbolica, perché lassù non c’è niente di diverso dal mondo che conosciamo: tutto è natura, come il pellicano è natura e insieme simbolo di dedizione, così la luna è natura e insieme simbolo di alterità radicale. Allora il mondo dei simboli non è iperuranio, poiché non esiste iperuranio, il mondo dei simboli coincide col mondo simboleggiato.

 

Calvino riprende ancora il tema della luna in Palomar (1983), nel racconto Luna di pomeriggio.

Nessuno guarda la luna di pomeriggio; e sarebbe il momento in cui ne ha più bisogno: com’è fragile, carica di promesse che vanno coltivate. È una luna piena, che si precisa poco per volta, emergendo da una forma approssimativa, «gobba», per arrivare alla perfezione del cerchio, mentre intorno il cielo scurisce.

La luna è il più mutevole dei corpi dell’universo visibile, e il più regolare nelle sue complicate abitudini: non manca mai agli appuntamenti e puoi sempre aspettarla al varco, ma se la lasci in un posto la ritrovi sempre altrove, e se ricordi la sua faccia voltata in un certo modo, ecco che ha già cambiato posa, poco o molto. Comunque, a seguirla passo pas­so, non t’accorgi che impercettibilmente ti sta sfuggendo. Solo le nuvole intervengono a creare l’illusione d’una corsa e d’una metamorfosi rapide, o meglio, a dare una vistosa evidenza a ciò che altrimenti sfuggirebbe allo sguardo.

Qui il tema diventa la Storia nel suo rapporto con l’esperienza vissuta. Noi percepiamo la discontinuità della vicenda umana, anche di quella geologica o biologica, perché osserviamo da lontano. Nell’esperienza, però, non funziona propriamente così, perché la vita, la natura, è continuità, persino nelle rivoluzioni. Ero un bambino, sono diventato un uomo, ma non posso indicare il mo­mento preciso in cui ciò è accaduto. Per conoscere, ho bisogno di nuvole che mi nascondano una parte della mia esperienza stessa; in altri termini, ho bisogno di uno sfondo di vuoto. Come la luna, di cui mi accorgo che si è spostata solo se distolgo lo sguardo.

 

6.2 Conclusioni

All’inizio abbiamo trovato Saffo: puro stupore perché la luna c’era lassù nel cielo, ed era un faro, cui guardare per darsi una ragione del mondo e nel mondo. Questa ragione era la danza: partecipare del suo stesso ritmo, muoversi in armonia con la natura. Poiché la natura è stata appunto a lungo rappresentata dalla luna, dal suo occhio notturno. Qui ha molto detto Leopardi.

Sapere intuitivo, questo, più da poeti che da filosofi, certo non sapere di scienziati. Costoro, interpretati dai poeti, hanno dato origine ad altre fantasie: da quando, almeno, qualcuno di loro ipotizzò (poi se ne fece garante Aristotele) che Luna e Terra fossero fatte di sostanze diverse, incomunicabili. Se la luna era simbolo, dunque, ciò dipendeva dalla sua irraggiungibilità.

Durò poco. Gia nel II sec. d.C. Luciano di Samosata immagina un viaggio sulla Luna; ne riparlano Dante e Ariosto, Galileo dice la sua, Cyrano de Bergerac può persino permettersi di ironizzare sul viaggio verso il satellite e Rudolph Erich Raspe di mettere in scena brillanti buffonerie selenitiche. La luna non è estranea alla terra. Ci penserà Jules Verne a fare progetti «realistici» per arrivarci, prefigurando l’impresa di Neil Armstrong e Edwin «Buzz» Aldrin.

Nell’immaginario popolare la luna intanto continuava ad operare secondo tradizione; gli scrittori che se ne interessano continuano a dipanare i loro intrecci, certo in modo più scettico e mediato, credendoci sempre meno, ma usando antichi miti e figure: il lunatico, il lupo mannaro, l’influenza astrologica, gli influssi lunari, che andrebbero ben al di là delle maree. La natura femminile e sterile della luna è presa a tema da Tommaso Landolfi; l’influsso lunare su certi modi di pensare, come le «teorie del complotto», lo abbiamo indagato con Ermanno Cavazzoni.

Sono pericolosi, questi miti: portano alla malinconia di Pierrot, o alla grave decisione di abolire la natura (simboleggiata ancora dalla luna) e di sostituirla con elementi artificiali: i futuristi ne fecero letteratura, imboccando una strada irta di pericoli.

Ormai, ce lo mostra Calvino, la questione è tutta cambiata. Gli scienziati ci garantiscono che nemmeno per questa strada si può sapere la verità. Solo delle verità parziali, importanti, ma parziali. (La scienza ha per suo risultato vero la tecnica, che permette all’uomo di cambiare il proprio mondo, di migliorarlo: altro paio di maniche cosa voglia dire migliorarlo). La verità è scomparsa dal nostro orizzonte; siamo tornati, in fondo, a Saffo, a chiederci perché finisce la giovinezza, perché siamo fatti di desiderio. Di più, sappiamo che la ricerca sarà vana, perché una risposta non c’è. È questa la nostra debolezza. È questa, per ricordare ancora Leopardi, la nostra forza.

La luna è dunque tramontata?

Certo, la civiltà urbana impedisce di vedere gli astri notturni, anche il più lu­minoso. Certo, le trecentomila lampadine elettriche dei futuristi sono state dav­vero accese. Per incontrare la luna, dobbiamo uscire dalle nostre case, abban­donare le nostre luci, tornare anche fisicamente in una situazione «antica». Ne ha parlato Nietzsche, suggerendo l’idea dell’«attimo immenso». Una situazione eccezionale, che si ammanta di grande emozione e sentimento. Cantava qualcosa del genere, nel 1960, lo stesso Domenico Modugno che abbiamo citato all’inizio come cantore entusiasta del viaggio sulla luna:

Notte di luna calante,

notte d’amore con te.

Lungo le spiagge deserte,

a piedi nudi con me.

Notte di luna d’estate,

ultima notte d’amor.

Quando col vento

l’autunno ritornerà,

nulla di noi resterà.

Oh che profumo di mare,

oh, piove argento dal cielo.

Siamo a un’altra verità della luna, che è sopravvissuta, qui, soprattutto nel ricordo. Non è più oggetto di visione diretta, ma di sogno. La luna si tocca per davvero solo nel sogno. Non quella di sassi e pietre sulla quale andarono Armstrong e Aldrin; quella è un luogo come un altro, che si potrebbe raggiungere persino senza emozione, come andare alla spiaggia o al supermercato. Ma la luna eterna che resta dentro di noi continua a operare, anche se non c’è più. Sospesa sul mare, malinconico segno dell’eterno ritorno della natura e del nostro passare, gaio progetto di giovinezza, passione gelida di raggiungere l’irraggiungibile. Sarà per sempre consegnata alla memoria e al sogno come appare nel Canto novo di Gabriele d’Annunzio, il più grande raccoglitore di miti e imitazioni di questo secolo che sta per finire:

da «Canto novo»

Canto dell’ospite

VII

 

O falce di luna calante

che brilli su l’acque deserte,

o falce d’argento, quel mèsse di sogni

ondeggia al tuo mite chiarore qua giù!

 

Aneliti brevi di foglie,

sospiri di fiori dal bosco

esalano al mare: non canto non grido

non suono pe ’ vasto silenzio va.

 

Oppresso d’amor, di piacere,

il popol de’ vivi s’addorme...

O falce calante, qual mèsse di sogni

ondeggia al tuo mite chiarore qua giù!

  

Bibliografia sommaria

AA.VV.

Storie di lupi mannari, a cura di Gianni Pilo e Sebastiano Fusco. Roma, Newton Compton, 1994.

 

Ariosto, Ludovico

Orlando Furioso. A cura di Lantranco Caretti. Torino, Einaudi, 1966.

  

Baudelaire, Charles 
Les fleurs du mal. A cura di Antoine Adam. Paris, Garnier, 1961 (la trad. di Luciana Frezza è pubblicata da Rizzoli, Milano). 
 
Bonnefoy, Yves 

Dizionario delle mitologia e delle religioni. Milano, Rizzoli, 1989

 

Calvino, Italo

Romanzi e racconti, a cura di M. Barenghi e B. Falcetto, vol. II. Milano, Mondadori, 1992.

 

Cavazzoni, Ermanno

Il poema dei lunatici. Milano, Feltrinelli, 1996.

 

Chevalier, Jean e Gheerbrant, Alain

Dictionnaire des symboles. Paris, Laffont, 1985 [trad. italiana presso Rizzoli].

 

Cyrano de Bergerac, Savinien

Les états et empires de la lune, in Voyages aux pays de nulle part. Paris, Laffont, 1990. (Trad. italiana di Giovanni Marchi, Roma-Napoli, Theoria).

 

D’Annunzio, Gabriele

Versi d’amore e di gloria. Vol. I. A cura di A. Andreoli e N. Lorenzini. Milano, Mondadori, 1982.

 

De Maria, Luciano (a cura di)

Marinetti e i futuristi, con la collaborazione di Laura Dondi. Milano, Garzanti, 1994.

 

Victor Hugo

Odes et ballades. Les orientales. Paris, Garnier-Flammarion, 1968 [trad. ital. parziale delle Orientali a cura di Riccardo Held, Milano, Mondadori, 1985].

 

Laforgue, Jules

L’imitation de Notre-Dame la Lune. Des Fleurs de bonne volonté. Paris, Gallimard, 1993. [trad. it. parziale di Ivos Margoni, in J. Laforgue, Poesie e prose, Milano, Mondadori, 1971].

 

Landolfi, Tommaso

La pietra lunare. Milano, Mondadori, 1968.

 

Leopardi, Giacomo

Tutte le opere, a cura di Walter Binni e Enrico Ghidetti. Firenze, Sansoni, 1976.

 

Lübcker, Federico

Lessico ragionato dell’antichità classica, Bologna, Zanichelli, 1989 (anastatica dell’edizione 1898).

 

Luciano di Samosata

Storia vera. Trad. di Renzo Nuti, in AA.VV., Il romanzo antico greco e latino, a cura di Quirino Cataudella, Firenze, Sansoni, 1973.

 

Luciano di Samosata

Icaromenippo, trad. di Luigi Settembrini, in Luciano, I dialoghi e gli epigrammi, Roma, Casini, 1962.

 

Lucini, Gian Pietro

Le Antitesi e le Perversità. Parma, Guanda, 1970.

 

Lucini, Gian Pietro

I drami delle maschere. Parma, Guanda, 1913

 

Lucini, Gian Pietro

Revolverate e nuove revolverate. Torino, Einaudi, 1975.

 

Maier, Michael

Atalanta fugiens. Trad. it. a cura di Bruno Cerchio, Roma, Mediterranee, 1984.

 

Marinetti, Filippo Tommaso

Scritti francesi. Introduzione, testo e note a cura da. Pasquale A. Jannini. Volume I (il secondo non è mai comparso). Milano, Mondadori, 1983.

 

Morpurgo, Lisa

Introduzione all’astrologia e decifrazione dello Zodiaco. Milano, Longanesi, 1972.

 

Nerval, Gérard de

Oeuvres, a cura di Henri Lemaitre, Paris, Garnier, 1966. (trad. it. delle poesie di Diana Grange Fiori, Torino, Einaudi).

 

Ovidio Nasone, Publio

Metamorfosi. Trad. di Piero Bernardini Marzolla, Torino, Einaudi, 1979.

 

Quasimodo, Salvatore

Lirici greci. Dall’Odissea. Dall’Iliade. Milano, Mondadori, 1979.

 

Raspe, Rudoli Erich

Le avventure del Barone di Munchausen, trad. da. Maria Luisa Agosti, Milano, Rizzoli, 1993.

 

Scève, Maurice

Délie, objet de plus haute vertu. A cura di Françoise Charpentier. Paris, Gallimard, 1984 [trad. ital. molto parziale di Diana Grange Fiori, Torino, Einaudi, 1975].

 

Severino, Emanuele

Il nulla e la poesia. Alla fine dell’età della tecnica: Leopardi. Milano, Rizzoli, 1990.

 

Viazzi, Glauco (a cura di)

Dal Simbolismo al Déco. Antologia poetica. Torino, Einaudi, 1981.