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Pleniluni e quarti di luna

 

QUARTI DI LUNA

Divagazioni dal fondo del pozzo

(gennaio-febbraio 1997)

2.Viaggi sulla luna

2.1 Luciano di Samosata

2.2 Ludovico Ariosto

2.3 Galileo Galilei

2.4 Savinien Cyrano de Bergerac

2.5 Fra Seicento e Ottocento

2.6 Giovanni Pascoli

Potremmo partire con il nostro viaggio da Lucrezio: egli e convinto che

                      ...è certo

che altrove ci sono altre terre e altri mari,

altre forme ci sono di animali ed uomini.

(De rerum natura, Il, 1075-77, trad. Cetrangolo)

 

2.1 Luciano di Samosata

Un inizio più pertinente è però Luciano di Samosata, che ne tratta nella Storia vera, che è vera storia, perché l’autore si propone di raccontare un monte di fandonie, per passatempo e per restare nell’abitudine degli scrittori: cosa fan­no costoro se non mentire?

Come è noto, il libretto è il racconto di un viaggio immaginario, su una Terra antica, piatta, i cui confini, oltre l’Oceano, si uniscono al cielo. Passate le colonne d’Ercole, il protagonista coi suoi compagni incontra stravaganti avventure. Ci stanno fiumi che portano vino di Chio, donne-vite, coi grappoli appesi alle mani. Una tempesta solleva la nave per giorni e giorni, la porta sulla Luna. È una terra abitata come la Terra , per quanto da esseri strani, come gli Ippogrifi a tre teste che fanno la guardia e che catturano i nostri. Vengono portati dal re, il quale li riconosce come greci, poiché è greco anche lui: si tratta di Endimione, una nostra vecchia conoscenza. Peccato non possa essere troppo espansivo: c’è una guerra in corso, con Fetonte re del sole. Vengono descritte le armate lunatiche: sono formate da Ippo­grifi, Ali-d’Erba, Lancia-miglio, Agli-pugnanti, Pulci-sagittari, Carri-col-vento, Cavalli-formica, Ragni giganti, Aerozanzaridi, Aerocorvi...

Infine la pace. Endimione vorrebbe che gli ospiti stessero con lui, anzi, offre in moglie al capo dei greci suo figlio, perché nella Luna non ci sono donne. I figli lassù nascono in modo strano, dai polpacci; poi però i neonati devono stare a lungo nel ventre cavo dei padri. Altre creature nascono da alberi cresciuti da un seme particolare. Ancora strane usanze: non si muore ma si diventa aria; i lunari non mangiano i cibi, ma il loro fumo. I loro occhi sono asportabili e intercambiabiii.

Di nuovo sull’oceano, dopo percorse altre terre, i viaggiatori sono inghiottiti con la nave e tutto da una balena; dentro di essa incontrano due greci che li fanno fuggire. Soggiorno all’isola dei Beati, dove stanno i grandi del passato, e poi nell’isola dei Sogni. Sprofondano in un abisso nell’Oceano, e si conclude il racconto.

Primo luogo comune: la Luna è abitata come la terra, c’è uno scambio fra quel mondo e il nostro.

Secondo luogo comune: gli abitanti propri della luna sono strani, non coincidono con quelli delle nostre esperienze. Sono ciò che sulla terra non c’è.

Tentativo di porre un problema dal punto di vista lunatico: se non fosse cosi, come potrebbe essere?

Un aspetto particolare di Luciano è la rappresentazione ironica dell’idealismo:

gia dalla premessa in cui si spiega che l’investigazione sui mondi metaterrestri è fandonia, per passare all’estromissione della vita sessuale, in nome della castità di Artemide-Selene; in effetti, è proprio lei a mancare dall’astro!

Lo scrittore di Samosata ci diede anche un Icaromenippo, che ebbe molti imitatori, dove il filosofo cinico Menippo, a imitazione del volante figlio di Dedalo, visita diversi mondi più o meno abitati.

 

2.2 Ludovico Ariosto

Ludovico Ariosto propone una visione diversa da quella di Luciano: il mondo della luna non è radicalmente diverso da quello della terra, ma ad esso omologo. Il greco, nonostante l’atteggiamento scettico, ha delle prospettive idealistiche: è possibile che, altrove, ci sia qualcosa che da noi non c’è, che non cada nella nostra esperienza; il ferrarese, scettico per davvero, ritiene che non ci possa essere niente di diverso dal mondo che conosciamo. Tutt’al più qualcosa di speculare, di complementare, ma proprio per questo in qualche modo uguale, come un’immagine riflessa che replica il suo originale: nella luna ci sta ciò che sulla terra è stato dimenticato, perduto, che doveva essere e non è.

Troviamo qui un’altro modo di intendere il termine «lunatico»: lo è colui che sul pianeta di Selene ha lasciato qualcosa, ed è dunque irresistibilmente attrat­to da essa, ché sa dove trovare ciò che di suo ha perduto.

 

Delle cose che si perdono, due stanno particolarmente a cuore al poeta: la ragione, trattata nel XXXIV, e il tempo, nel successivo. Ambedue i temi hanno ascendenza molto antica (anche se, come è stato recentemente posto in luce, il tema della luna come luogo delle cose perdute venne tratto dalle Intercoenales di Leon Battista Alberti); se ne possono trovare per esempio tracce in Seneca.

 

Notiamo ancora che il mondo di Ariosto è, sia pure in maniera molto ironica, cristiano: fa il verso al Dante della Commedia. Siamo, nonostante la recente scoperta dell’America (il monte del purgatorio è situato da qualche parte dell’Africa, oltre l’equatore, ma che l’Africa finisse nel profondo Sud era stato già mostrato da Vasco da Gama) in un universo tolemaico, con tutti gli apparati dei cieli, compreso quello del fuoco, ultima materia presente nelle zone alte. Stupisce perciò che dopo riappaia un mondo tale e quale!, non la quintessenza che doveva formare il mondo celeste.

Orlando furioso

Canto XXXIV

(ottave 70-85)

 

   Tutta la sfera varcano del fuoco,

et indi vanno al regno de la luna.

Veggon per la più parte esser quel loco

come un acciar che non ha macchia alcuna;

e lo trovano uguale, o minor poco

di ciò ch’in questo globo si raguna,

in questo ultimo globo de la terra,

mettendo il mar che la circonda e serra.

   Quivi ebbe Astolfo doppia maraviglia:

che quel paese appresso era sì grande,

il quale a un picciol tondo rassimiglia

a noi che lo miriam da queste bande;

e ch’aguzzar conviengli ambe le ciglia,

s’indi la terra e ‘l mar ch’intorno spande

discerner vuol; che non avendo luce,

l’imagin lor poco alta si conduce.

   Altri fiumi, altri laghi, altre campagne

sono là su, che non son qui tra noi;

altri piani, altre valli, altre montagne,

c’ han le cittadi, hanno i castelli suoi,

con case de le quai mai le più magne

non vide il paladin prima nè poi:

e vi sono ample e solitarie selve,

ove le ninfe ognor cacciano belve.

   Non stette il duca a ricercare il tutto;

che là non era asceso a quello effetto.

Da l’apostolo santo fu condutto

in un vallon fra due montagne istretto,

ove mirabilmente era ridutto

ciò che si perde o per nostro diffetto,

o per colpa di tempo o di Fortuna:

ciò che si perde qui, là si raguna.

   Non pur di regni o di ricchezze parlo,

in che la ruota instabile lavora;

ma di quel ch’in poter di tòr, di darlo

non ha Fortuna, intender voglio ancora.

Molta fama è là su, che come tarlo

il tempo al lungo andar qua giù divora:

là su infiniti prieghi e voti stanno,

che da noi peccatori a Dio si fanno.

   Le lacrime e i sospiri degli amanti,

l’inutil tempo che si perde a giuoco,

e l’ozio lungo d’uomini ignoranti,

vani disegni che non han mai loco,

i vani desidèri sono tanti,

che la più parte ingombran di quel boco:

ciò che in somma qua giù perdesti mai,

là su salendo ritrovar potrai.

   Passando il paladin per quelle biche,

or di questo or di quel chiede alla guida.

Vide un monte di tumide vesiche,

che dentro parea aver tumulti e grida;

e seppe ch’eran le corone antiche

e degli Assirii e de la terra lida,

e de’ Persi e de’ Greci, che già furo

incliti, et or n’è quasi il nome oscuro.

   Ami d’oro e d’argento appresso vede

in una massa, ch’erano quei doni

che si fan con speranza di mercede

ai re, agli avari principi, ai patroni.

Vede in ghirlande ascosi lacci; e chiede,

et ode che son tutte adulazioni.

Di cicale scoppiate imagine hanno

versi ch’in laude dei signor si fanno.

   Di nodi d’oro e di gemmati ceppi

vede c’han forma i mal seguiti amori.

V’eran d’aquile artigli; e che fur, seppi,

l’autorità ch’ai suoi danno i signori.

I mantici ch’intorno han pieni i greppi,

sono i fumi dei principi e i favori

che danno un tempo ai ganimedi suoi,

che se ne van col fior degli anni poi.

   Ruine di cittadi e di castella

stavan con gran tesor quivi sozzopra.

Domanda, e sa che son trattati, e quella

congiura che si mal par che si cuopra.

Vide serpi con faccia di donzella,

di monetieri e di ladroni l’opra:

poi vide boccie rotte di più sorti,

ch’era il servir de le misere corti.

   Di versate minestre una gran massa

vede, e domanda al suo dottor ch’importe.

- L’elemosina è - dice - che si lassa

alcun, che fatta sia dopo la morte. –

Di varii fiori ad un gran monte passa

ch’ebbe già buono odore, or putia forte.

Questo era il dono (se però dir lece)

che Constantino al buon Silvestro fece.

   Vide gran copia di panie con visco,

ch’erano, o donne, le bellezze vostre.

Lungo sarà, se tutte in verso ordisco

le cose che gli fur quivi dimostre;

che dopo mille e mille io non finisco,

e vi son tutte l’occurrenzie nostre:

     sol la pazzia non v’è poca nè assai

    che sta qua giù, nè se ne parte mai.

   Quivi ad alcuni giorni e fatti sui, 

ch’egli già avea perduti, si converse; 

che se non era interprete con lui,

non discernea le forme lor diverse.

Poi giunse a quel che par sì averlo a nui,

che mai per esso a Dio voti non ferse;

io dico il senno: e n’era quivi un monte,

solo assai più che l’altre cose conte.

   Era come un liquor suttile e molle,

atto a esalar, se non si tien ben chiuso;

e si vedea raccolto in varie ampolle,

qual più, qual men capace, atte a quell’uso.

Quella è maggior di tutte, in che del folle

signor d’Anglante era il gran senno infuso;

e fu da l’altre conosciuta, quando

avea scritto di fuor: «Senno d’Orlando».

   E così tutte l’altre avean scritto anco

il nome di color di chi fu il senno.

Del suo gran parte vide il duca franco;

ma molto più maravigliar lo fenno

molti ch’egli credea che dramma manco

non dovessero averne, e quivi denno

chiara notizia che ne tenean poco;

che molta quantità n’era in quel loco.

   Altri in amar lo perde, altri in onori,

altri in cercar, scorrendo il mar, ricchezze;

altri ne le speranze de’ signori,

altri dietro alle magiche sciocchezze;

altri in gemme, altri in opre di pittori,

et altri in altro che più d’altro aprezze.

Di sofisti e d’astrologhi raccolto,

e di poeti ancor ve n’era molto.

 

(ottave 87-92)

Prima che ‘l paladin da quella sfera

piena di luce alle più basse smonte,

menato fu da l’apostolo santo

in un palagio ov’era un fiume a canto;

   ch’ogni sua stanza avea piena di velli

di lin, di seta, di coton, di lana,

tinti in vani colori e brutti e belli.

Nel primo chiostro una femina cana

fila a un aspo traea da tutti quelli,

come veggiàn l’estate la villana

traer dai bachi le bagnate spoglie,

quando la nuova seta si raccoglie.

   V’è chi, finito un vello, rimettendo

ne viene un altro, e chi ne porta altronde:

un’altra de le filze va scegliendo

il bel dal brutto che quella confonde.

- Che lavor si fa qui, ch’io non l’intendo? –

dice a Giovanni Astolfo; e quel risponde:

- Le vecchie son le Parche, che con tali

stami filano vite a voi mortali.

   Quanto dura un de’ velli, tanto dura

l’umana vita, e non di più un momento.

Qui. tien l’occhio e la Morte e la Natura ,

per saper l’ora ch’un debba esser spento.

Sceglier le belle fila ha l’altra cura,

perché si tesson poi per ornamento

del paradiso; e dei più brutti stami

si fan per li dannati aspri legami. –

   Di tutti i velli ch’erano già messi

in aspo, e scelti a farne altro lavoro,

erano in brevi piastre i nomi impressi,

altri di ferro, altri d’argento o d’oro:

e poi fatti n’ avean cumuli spessi,

de’ quali, senza mai farvi ristoro,

portarne via non si vedea mai stanco

un vecchio, e ritornar sempre per anco.

   Era quel vecchio sì espedito e snello,

che per correr parea che fosse nato;

e da quel monte il lembo del mantello

portava pien del nome altrui segnato.

Ove n’andava, e perché facea quello,

ne l’altro canto vi sarà narrato,

se d’averne piacer segno farete

con quella grata udinza che solete.

 

canto XXXV

(ottave 1-30)

 

   Non so se vi sia a mente, io dico quello

ch’al fin dell’altro canto vi lasciai,

vecchio di faccia, e sì di membra snello,

che d’ogni cervio è più veloce assai.

Degli altrui nomi egli si empia il mantello;

scemava il monte, e non finiva mai:

et in quel fiume che Lete si noma,

scarcava, anzi perdea la ricca soma.

   Dico che, come arriva in su la sponda

del fiume, quel prodigo vecchio scuote

il lembo pieno, e ne la turbida onda

tutte lascia cader l’impresse note.

Un numer senza fin se ne profonda,

ch’un minimo uso aver non se ne puote;

e di cento migliaia che l’arena

sul fondo involve, un se ne serva a pena.

   Lungo e d’intorno quel fiume volando

girano corvi et avidi avoltori,

mulacchie e vani augelli, che gridando

facean discordi strepiti e romori;

et alla preda correan tutti, quando

sparger vedean gli amplissimi tesori:

e chi nel becco, e chi ne l’ugna torta

ne prende; ma lontan poco li porta.

   Come vogliono alzar per l’aria i voli,

non han poi forza che ‘l peso sostegna;

si che convien che Lete pur involi

de’ ricchi nomi la memoria degna.

Fra tanti augelli son duo cigni soli,

bianchi, Signor, come è la vostra insegna,

che vengon lieti riportando in bocca

sicuramente il nome che lor tocca.

   Così contra i pensieri empi e maligni

del vecchio che donar li vorria al fiume,

alcun’ ne salvan gli augelli benigni:

tutto l’avanzo oblivion consume.

Or se ne van notando i sacri cigni,

et or per l’aria battendo le piume,

fin che presso alla ripa del fiume empio

trovano un colle, e sopra il colle un tempio.

   All’Immortalitade il luogo è sacro,

ove una bella ninfa giù del colle

viene alla ripa del leteo lavacro,

e di bocca dei cigni i nomi tolle;

e quelli affige intorno il simulacro

ch’in mezzo il tempio una colonna estolle:

quivi li sacra, e ne fa tal governo,

che vi si pòn veder tutti in eterno.

   Chi sia quel vecchio, e perché tutti al rio

senza alcun frutto i bei nomi dispensi,

e degli augelli, e di quel luogo pio

onde la bella ninfa al fiume viensi,

aveva Astolfo di saper desio

i gran misteri e gl’incogniti sensi;

e domandò di tutte queste cose

l’uomo di Dio, che così gli rispose:

   - Tu déi saper che non si muove fronda

là giù, che segno qui non se ne faccia.

Ogni effetto convien che corrisponda

in terra e in ciel, ma con diversa faccia.

Quel vecchio, la cui barba il petto inonda,

veloce si che mai nulla l’impaccia,

gli effetti pari e la medesima opra

che ‘1 Tempo fa là giù, fa qui di sopra.

   Volte che son le fila in su la ruota,

là giù la vita umana arriva al fine.

La fama là, qui ne riman la nota;

ch’immortali sariano ambe e divine,

se non che qui quel da la irsuta gota

e là giù il Tempo ognior ne fa rapine.

Questi le getta, come vedi, al rio;

e quel l’immerge ne l’eterno oblio.

   E come qua su i corvi e gli avoltori

e le mulacchie e gli altri vani augelli

s’affaticano tutti per trar fuori

de l’acqua i nomi che veggion più belli:

così là giù ruffiani, adulatori,

buffon, cinedi, accusatori, e quelli

che viveno alle corti e che vi sono

più grati assai che ‘l virtuoso e ‘l buono,

   e son chiamati cortigian gentili,

perché sanno imitar l’asino e ‘l ciacco;

de’ lor signor, tratto che n’abbia i fili

la giusta Parca, anzi Venere e Bacco,

questi di ch’io ti dico, inerti e vili,

nati solo ad empir di cibo il sacco,

portano in bocca qualche giorno il nome;

poi ne l’oblio lascian cader le some.

   Ma come i cigni che cantando lieti

rendeno salve le medaglie al tempio,

così gli uomini degni da’ poeti

son tolti da l’oblio, più che morte empio.

Oh bene acconti principi e discreti,

che seguite di Cesare l’esempio,

e gli scrittor vi fate amici, donde

non avete a temer di Lete l’onde!

   Son, come i cigni, anco i poeti rari,

poeti che non sian del nome indegni;

sì perché il ciel degli uomini preclari

non pate mai che troppa copia regni,

sì per gran colpa dei signori avari

che lascian mendicare i sacri ingegni;

che le virtù premendo, et esaltando

i vizii, caccian le buone arti in bando.

   Credi che Dio questi ignoranti ha privi

de lo ‘ntelletto, e loro offusca i lumi;

che de la poesie gli ha fatti schivi,

acciò che morte il tutto ne consumi.

Oltre che del sepolcro usciran vivi,

ancon ch’avessen tutti i rei costumi,

pur che sapesson farsi amica Cirra,

più grato odore avrian che nardo o mirra.

  Non sì pietoso Enea, né forte Achille

fu, come è fama, né si fiero Ettorre;

e ne son stati e mille e mille e mille

che lor si puon con verità anteporre:

ma i donati palazzi e le gran ville

dei descendenti lor, gli ha fatto porre

in questi senza fin sublimi onori

da l’onorate man degli scrittori.

   Non fu sì santo né benigno Augusto

come la tuba di Virgilio suona.

L’aver avuto in poesia buon gusto

la proscrizion iniqua gli perdona.

Nessun saprà se Neron fosse ingiusto,

né sua fama saria forse men buona,

avesse avuto e terra e ciel nimici,

se gli scrittor sapea tenersi amici.

  Omero Agamennon vittorioso,

e fe’ i Troian parer vili et inerti;

e che Penelopea fida al suo sposo

dai Prochi mille oltraggi avea sofferti.

E se tu vuoi che ‘l ver non ti sia ascoso,

tutta al contrario l’istoria converti

che i Greci rotti, e che Troia vittrice,

e che Penelopea fu meretrice.

   Da l’altra parte odi che fama lascia

Elissa, ch’ebbe il cuor tanto pudico,

che riputata viene una bagascia,

solo perché Maron non le fu amico.

Non ti maravigliar ch’io n’abbia ambascia,

e se di ciò diffusamente io dico.

Gli scrittori amo, e fo il debito mio;

ch’al vostro mondo fui scrittore anch’io.

   E sopra tutti gli altri io feci acquisto

che non mi può levar tempo nè morte:

e ben convenne al mio lodato Cristo

rendermi guidardon di sì gran sorte.

Duolmi di quei che sono al tempo tristo,

quando la cortesia chiuso ha le porte;

che con pallido viso e macro e asciutto

la notte e ‘l dì vi picchian senza frutto.

   Si che continuando il primo detto,

sono i poeti e gli studiosi pochi;

che dove non han pasco né ricetto,

insin le fere abbandonano i lochi. –

Così dicendo, il vecchio benedetto

gli occhi infiammò, che parveno duo fuochi;

poi vòlto al duca con un saggio riso

tornò sereno il conturbato viso.  

 

 

2.3 Galileo Galilei

In Galilei confluiscono la rappresentazione di Luciano - il mondo lunare radicalmente diverso - e quella di Ariosto (la luna è fatta della stessa sostanza che la terra).

Il nostro non crede alla presenza di città e castelli sulla luna; se ci fossero, argomenta, non è scontata la loro coincidenza con analoghe presenze sulla terra. Noi conosciamo solo ciò di cui abbiamo esperienza, e ciò è una parte ridot­tissima di quel che può esistere nel mondo; cercare sulla luna le stesse cose che ci sono da noi sarebbe sciocco, se consideriamo che ci basta entrare in un bosco o in una caverna per scoprire un sacco di cose di cui non avevamo conoscenza, figurarsi sulla luna!

Però non per questo lassù debbono valere regole diverse da quelle di quaggiù; né è pensabile che gli astri siano fatti di sostanze differenti da quelle terrene. Il mondo dell’uomo viene così enormemente ampliato: con Galileo i viaggi sulla Luna sono ormai possibili, una mera questione di tecnica.

Ormai la luna non è più solo oggetto da poeti: lo scienziato, incurante dell’aura simbolica, dispone Selene sul tavolo anatomico scoprendo che inevitabilmente ha un cuore come ogni donna, dal che si vede la più che ragionevole verità della storia di Endimione.

dal Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo

[Cosa c’è sulla Luna?]

Sagr. Io non posso senza grande ammirazione, e dirò gran repugnanza al mio intelletto, sentir attribuir per gran nobiltà e pertezione a i corpi naturali ed integranti dell’universo questo esser impassibile, immutabile, inalterabile, etc., ed all’incontro stimar grande imperfezione l’esser alterabile, generabile, mutabi­le, etc.: io per me reputo la Terra nobilissima ed ammirabile per le tante e sì diverse alterazioni, mutazioni, generazioni, etc., che in lei incessabilmente si fanno; e quando, senza esser suggetta ad alcuna mutazione, ella fusse tutta una vasta solitudine d’arena o una massa di diaspro, o che al tempo del diluvio diacciandosi l’acque che la coprivano fusse restata un globo immenso di cristallo, dove mai non nascesse né si alterasse o si mutasse cosa veruna, io la stimerei un corpaccio inutile al mondo, pieno di ozio e, per dirla in breve, superfluo e come se non fusse in natura, e quella stessa differenza ci farei che è tra l’animal vivo ed il morto; ed il medesimo dico della Luna, di Giove e di tutti gli altri globi mondani. Ma quanto più m’interno in considerar la vanità de i discorsi popolari, tanto più gli trovo leggieri e stolti. E qual maggior sciocchezza si può immaginar di quella che chiama cose preziose le gemme, l’argento e l’oro, e vilissime la terra e il fango? e come non sovviene a questi tali, che quando fusse tanta scarsità della terra quanta è delle gioie o de i metalli più pregiati, non sarebbe principe alcuno che volentieri non ispendesse una somma di diamanti e di rubini e quattro carrate di oro per aver solamente tanta terra quanta bastasse per piantare in un piccioi vaso un gelsomino o seminarvi un arancino della Cina, per vederlo nascere, crescere e produrre sì belle frondi, fiori così odorosi e sì gentil frutti? È, dunque, la penuria e l’ab­bondanza quella che mette in prezzo ed avvilisce le cose appresso il volgo, il quale dirà poi quello essere un bellissimo diamante, perché assimiglia l’acqua pura, e poi non lo cambierebbe con dieci botti d’acqua. Questi che esaltano tanto l’incorruttibilità, l’inalterabilità, etc., credo che si riduchino a dir queste cose per il desiderio grande di campare assai e per il terrore che hanno della morte; e non considerano che quando gli uomini fussero immortali, a loro non toccava a venire al mondo. Questi meriterebbero d’incontrarsi in un capo di Medusa, che gli tramutasse in istatue di diaspro o di diamante, per diventar più perfetti che non sono.

Sagr. Che nella Luna o in altro pianeta si generino o erbe o piante o animali simili a i nostri, o vi facciano pioggie, venti, tuoni, come intorno alla Terra, io non lo so e non lo credo, e molto meno che ella sia abitata da uomini: ma non intendo già come tuttavolta che non vi si generino cose simili alle nostre, si. deva di necessità concludere che niuna alterazione vi si faccia, né vi possano essere altre cose che si mutino, si generino e si dissolvano, non solamente diversa dalle nostre, ma lontanissime dalla nostra immaginazione, ed in somma del tutto a noi inescogitabili. E sì come io son sicuro che a uno nato e nutrito in una selva immensa, tra fiere ed uccelli, e che non avesse cognizione alcuna dell’elemento dell’acqua, mai non gli potrebbe cadere nell’immaginazione essere in natura un altro mondo diverso dalla Terra, pieno di animali li quali senza gambe e senza ale velocemente camminano, e non sopra la superficie solamente, come le fiere sopra la terra, ma per entro tutta la profondità, e non solamente camminano, ma dovunque piace loro immobilmente si fermano, cosa che non posson fare gli uccelli per aria, e che quivi di più abitano ancora uomini, e vi fabbricano palazzi e città, ed hanno tanta comodità nel viaggiare, che senza niuna fatica vanno con tutta la famiglia e con la casa e con le città intere in lontanissimi paesi sì come, dico, io son sicuro che un tale, ancorche di perspicacissima immaginazione, non si potrebbe già mai figurare i pesci, l’oceano, le navi, le flotte e le armate di mare; così, e molto più, può accadere che nella Luna, per tanto intervallo remota da noi e di materia per avventura molto diversa dalla Terra, siano sustanze e si facciano operazioni non solamente lontane, ma del tutto fuori, d’ogni nostra immaginazione, come quelle che non ab­biano similitudine alcuna con le nostre, e perciò del tutto inescogitabili, avvengaché quello che noi ci immaginiamo bisogna che sia o una delle cose già vedute, o un composto di cose o di parti delle cose altra volta vedute; ché tali sono le sfingi, le sirene, le chimere, i centauri, etc.

Salv. Io son molte volte andato fantasticando sopra queste cose, e finalmente mi pare di poter ritrovar bene alcune delle cose che non sieno né possan essere nella Luna, ma non già veruna di quelle che io creda che vi siano e possano essere, se non con una larghissima generalità, cioè cose che l’adornino, operando e movendo e vivendo e, forse con modo diversissimo dal nostro, veggendo ed ammirando la grandezza e bellezza del mondo e del suo Facitore e Rettore, e con encomii continui cantando la Sua gloria, ed in somma (che è quello che io intendo) facendo quello tanto frequentemente da gli scrittor sacri affermato, cioè una perpetua occupazione di tutte le creature in laudare Iddio.  

 

2.4 Savinien Cyrano de Bergerac

Noto più che altro per il dramma di Rostand che, con scarsa fedeltà alla verità biografica, ne fa una specie di eroe romantico, Cyrano de Bergerac (1619-55) fu un temperamento bizzarro e fantasioso, soldato attaccabrighe e duellante, quindi letterato, in vista nell’ambiente dei libertini, soprattutto del giro di Gassendi.

Ormai siamo in piena epoca scientifica, non c’è più dubbio sulla possibilità teorica di raggiungere l’astro. Certo, progettare macchine adatte è un altro paio di maniche; e le soluzione proposte sono ampiamente lunatiche, con una decisa contaminazione fra ipotesi «scientificamente» ragionevoli (motori a polvere da sparo) e farfallerie da baraccone. In fondo a Cyrano la tecnica interessa ben poco: il viaggio sulla luna è un semplice pretesto per difendere le sue tesi filosofiche. Per quanto riguarda la nostra storia, basterà osservare che si torna a Luciano: la luna è una sorta di baraccone delle meraviglie, di Luna-Park in cui ci sono cose mirabolanti e tuttavia, almeno in parte, modello per le cose terrene. Oppure modello al contrario, cose da evitare. Qualcosa del genere, seppure senza spingersi alla luna, capiterà nel secolo successivo a Lemuel Gulliver, viaggiatore per conto di Jonathan Swift.

Cyrano si mette in compagnia di altri personaggi famosi, (Pitagora, Democrito, Epicuro, Copernico, Keplero...) che credevano a una vita sulla luna, a formare così una bella compagnia di lunatici! Più o meno la lista coincide con quella di coloro che sono visitati da geni provenienti dalla luna: Agrippa, Cardano, Faust, La Brosse , Cesare, i Rosa+Croce, Campanella, Gassendi, Tristan l’Hermite.

Il libro del nostro autore, scritto nel 1657 ma apparso postumo, è un romanzo filosofico, ispirato in gran parte alle tesi di Gassendi: critica del dogmatismo metafisico, conoscenza possibile solo in via sperimentale, opinione che gli universali sono puri nomi, rifiuto della prova ontologica dell’esistenza di Dio, per approdare a concezioni vicine a quelle di Epicuro: ricerca del piacere e della felicità, che si possono trovare solo nella virtù; meccanicismo atomistico, che ci riporta a Lucrezio, guidato però da un finalismo provvidenziale.

In gran parte queste tesi mostrano un debito allo scetticismo; forse l’essere scettici è legato all’esser lunatici, e insieme legati a certe tradizioni classiche, che si trovano in Plutarco e in Luciano.

Il punto di partenza è l’autobiografia di Gerolamo Cardano, il quale ebbe - era il 1491 - nel suo studiolo, la visita di due lunari. Bisognerebbe ricambiare, ma come fare? Un primo tentativo si svolge con fiale riempite di rugiada: scaldate dal sole, si vuotano, dunque dovrebbero galleggiare nell’aria; non funziona; il nostro cade sulla Nuova Francia (il Canada), dove incorre in diverse disavventure, senza abbandonare il suo progetto. Riesce infine a partire legato ad una fila di razzi. Viaggio per giorni, caduta su di un albero, che si rivela essere l’albero della vita, nel Paradiso terrestre, un luogo ameno in cui il protagonista si ritrova giovane (dimostra 16 anni) e incontra un tale, che si rivela essere il profeta Elia.

Cominciano dialoghi filosofici, che saranno la costante di tutto il libro: Adamo si trasferì sulla terra con la forza dell’immaginazione, Eva lo segue per simpatia essendo parte del corpo di lui, Enoch sali al cielo rinserrando in certi vasi i fumi dei sacrifici, come è noto riservati al paradiso; nel paradiso celeste andò anche una donna, Achab, ai tempi del diluvio, e la seguirono molti animali. Viene spiegata la natura dell’intestino: è il serpente tentatore dell’antico testamento.

Il protagonista dovrebbe mangiare il frutto dell’albero della conoscenza, ma gli viene vietato, perché ha preso in giro le cose religiose; fa in tempo ad assaggiare la scorza, che porta ignoranza.

Esce dall’Eden. La luna è popolata da strani animali, simili a grossi uomini che camminano a quattro zampe: sono gli uomini di lassù. C’è per fortuna uno strano tipo, il demone di Socrate, che dice di essere nato sul sole, poi di aver soggiornato a lungo sulla terra e di essere salito alla luna nei tempi di Augusto, ma di tornare spesso sul nostro pianeta. Non vive da solo, deve incarnarsi in corpi che cambiano (di praticare dunque la metempsicosi). Difatti, ringiovanisce, perché cambia corpo, nei primi tempi della conoscenza col nostro.

Si narra poi della strana lingua dei lunari: o suonano, oppure tremolano; non mangiano, si nutrono di fumo. Hanno letti di fiori, servitori che gli fanno il solletico per indurli a dormire, vanno a caccia con munizioni che ammazzano, preparano e cucinano la selvaggina. Moneta di scambio è la poesia. Hanno uno strano modo di fare la guerra: i contendenti devono essere in perfetta parità. Sulla luna i vecchi obbediscono ai giovani.

Il nostro viene portato a corte come scimmia femmina; qui trova uno spagnolo, che era stato ritenuto maschio di quella specie. Costui è una specie di filosofo dissidente, scappato per fuggire i sapienti accademici: crede che esista il vuoto, che il tutto sia in tutto e gli opposti coincidano, discute la dottrina degli elementi. Grandi discussioni fra i sapienti sulla natura del nostro, che intanto impara la lingua: forse è un pappagallo implume, ignorante però, perché propone una filosofia simile a quella di Aristotele. Maggiore successo ha con una principessa, che però non lo frequenta più: c’è il libero amore, lassù, ma è vietato avere rapporti con gli animali.

Le città della luna sono di due tipi: ce n’è che si spostano di qua o di là a seconda della stagione, altre si alzano o si abbassano sotto o sopra il livello del terreno. Altre usanze lunari sono l’eutanasia, la cremazione di cadaveri, l’antropofagia rituale. Orologi: lo gnomone è il naso, i denti sono quadrante. Il naso grande è segno di buon carattere.

Viene ospitato da un tale, nella cui casa si fanno lunghe discussioni filosofiche:

i cavoli hanno l’anima? il mondo è infinito? certo che è eterno, gli uomini si sono inventati la creazione perché non riescono a concepire l’eternità. Così com’è il mondo è casuale, costituito da atomi, che fanno funzionare anche i sensi.

Il dèmone gli regala certi libri, fra cui quello sul sole (Stati e imperi del sole) che l’autore scriverà più tardi (qui si impara che i solari pensano che tutto sia vero, compreso il paradosso). I libri lunari sono specie di giradischi: si accendono e si sente come una musica. Viene comunicato che una dama vuol farsi cristiana e il dèmone costruirà costruirà una macchina per tornare sulla terra.

Intanto, comincia a esprimere una serie di opinioni decisamente eterodosse: l’anima non è immortale, la resurrezione dei corpi è fandonia, Dio gioca a nascondino con gli uomini. Si capisce così che il demone è una specie di anticristo, difatti arriva un diavolo che se lo porta via, e il nostro con lui. Arrivano sulla terra, alla bocca dell’inferno: per fortuna il nostro grida «Gesummaria» e scende, in un luogo agreste, in Sicilia.

da Stati e imperi della luna

[Sull’intelligenza dei vegetali]

Ci stende mmo pertanto su morbidissimi materassi, ricoperti da grandi tappeti, dove vennero ad avvolgerci i fumi come una volta in trattoria. Un giovane cameriere prese il più anziano dei due filosofi per portarlo in una stanzetta separata, e il mio precettore gli gridò:

- Tornate qui da noi appena avrete finito di mangiare.

Ce lo promise.

Questa fantasia di mangiare appartato mi mise in curiosità di conoscerne la causa.

- Non riesce a gustare - mi dissero - l’odore della carne e quello della verdura, se non sono morte da sole, perché pensa siano capaci di dolore.

- Non mi meraviglia tanto il fatto - replicai - che si astenga dalla carne e da ogni cosa che ha vita sensitiva, perché anche nel nostro mondo i pitagorici, e pure qualche santo anacoreta, hanno praticamente questo regime; ma non osare per esempio tagliare un cavolo per paura di ferirlo, mi sembra del tutto ridicolo.

- Io invece - rispose il mio dèmone - trovo molto buon senso nella sua opinione; perché ditemi, quel cavolo di cui parlate non è come voi creatura di Dio? Non avete tutti e due ugualmente per padre e per madre Dio e la privazione? Dio non ha avuto, per l’eternità, la mente occupata dalla sua nascita come dalla vostra? Sembra anzi che abbia pensato di più a quella del vegetale che dell’essere provvisto di ragione, perché ha affidato la generazione dell’uomo ai capricci di suo padre, che poteva a suo piacere generarlo o no, discrezionalità che non ha voluto riservare al cavolo, perché invece di affidare alla discrezione del padre la procreazione del figlio, come se avesse temuto maggiormente che si estinguesse la specie dei cavoli più di quella degli uomini li ha costretti loro malgrado a darsi la vita l’uno con l’altro, e non come gli uomini, che in tutta la vita possono generarne al massimo altri venti, mentre essi producono almeno quattrocentomila altri cavoli a testa. Affermare tuttavia che Dio ha ama­to più l’uomo che il cavolo è come farci il solletico da soli per ridere. Essendo incapace di passione, egli non può odiare né amare nessuno; e se fosse suscettibile d’amore, lo sarebbe maggiormente per questo cavolo, incapace di offen­derlo, che per l’uomo di cui ha davanti agli occhi le offese che gli farà. Aggiungete a ciò che non può nascere senza colpa, discendendo dall’uomo che gli ha trasmesso il peccato originale; mentre sappiamo benissimo che il primo cavolo non offese il Creatore nel paradiso terrestre.

Si dirà che noi, e non i cavoli, siamo fatti a immagine dell’Essere Supremo. Quando ciò fosse vero, noi abbiamo cancellato questa somiglianza macchiando l’anima per la quale gli somigliamo, non essendoci nulla che sia più contrario a Dio che il peccato. Se dunque la vostra anima non è più il suo ritratto, non gli somigliamo di più per le mani, i piedi, la bocca, la fronte, le orecchie che il cavolo per le foglie, i fiori, il gambo, il torsolo e il cappuccio. In verità, se quella povera pianta potesse parlare quando la tagliano, non credete che direbbe: «Mio caro fratello uomo, che cosa ho fatto per meritare la morte? Cresco solo nei tuoi orti, e non mi si trova mai nei luoghi selvaggi, dove vivrei sicuro; disdegno di essere opera di altre mani che non siano le tue, ma ne sono appena uscito che vi ritorno. Mi sollevo da terra, mi schiudo, stendo le braccia, ti offro i miei figli in seme e, per ricompensa della mia cortesia, tu mi fai tagliare la testa!» Ecco cosa direbbe quel cavolo se potesse parlare; e dato che non può lamentarsi, forse che dobbiamo fargli tutto il male che non è in grado di evitare? Se trovo un poveraccio legato, posso forse ucciderlo senza infamia, perché egli non si può difendere? Al contrario! L’impossibilità in cui si trova di difendersi renderebbe più grave la mia crudeltà: infatti, per quanto quella disgraziata creatura sia povera e priva di tutti i nostri vantaggi, non merita perciò la morte. Ma come! Di tutti i beni dell’esistenza ha solo quello di vegetare, e noi glielo togliamo. Non è tanto grande il peccato di massacrare un uomo, perché un giorno rivivrà, quanto quello di tagliare un cavolo e di togliere la vita proprio a chi non può sperarne un’altra. Annientare l’anima di un cavolo facendolo morire. Invece, uccidendo un uomo, ne cambiate solo il domicilio. Dirò ancora di più. Poiché Dio, padre comune di tutte le cose, ama di uguale amore tutte le sue opere, non è ragionevole che abbia distribuito i suoi benefici nello stesso modo a noi e alle piante? È vero che noi siamo nati per primi, ma davanti a Dio non c’è diritto di progenitura. Se dunque i cavoli non parteciparono con noi al dono dell’immortalità, devono essere stati dotati di un altro privilegio che con la sua grandezza compensa la brevità della sua esistenza. Forse un intelletto universale, una conoscenza perfetta di tutte le cose nelle loro cause; ed è forse anche per questo che Dio, primo motore, non ha fornito loro organi simili ai nostri che hanno, come risultato, solo un semplice ragionamento debole e spesso ingannevole, ma altri più ingegnosamente lavorati, più forti e numerosi, che servono per i loro colloqui speculativi. Vi chiederete forse perché non ci hanno mai comunicato grandi pensieri. Ma, ditemi, che cosa ci hanno insegnato mai gli angeli più di loro. Come non c’è proporzione, né rapporto, né armonia tra le deboli facoltà dell’uomo e quelle di tali divine creature, così questi cavoli provvisti d’intelletto, per quanto si sforzassero di farci capire la causa occulta di ogni avvenimento prodigioso, non vi sono riusciti, mancandoci i sensi capaci di ricevere quegli alti messaggi.

Mosè, il più grande di tutti i filosofi, poiché come tutti voi dite attingeva la conoscenza della natura alla fonte della stessa natura, voleva significare questa verità, quando parlò dell’Albero della Scienza, volendo significarci sotto tale enigma che le piante possiedono fondamentalmente la perfetta filosofia. Ricòrdatene dunque, o superbissimo fra tutti gli animali, che benché un cavolo che voi tagliate non dica una parola, egli pensa. Ma il povero vegetale non ha or­gani con cui poter lanciare urla come noi, non ne ha per agitarsi, né per piangere; ne ha tuttavia altri con cui si lamenta del trattamento che gli riservate e con cui attira su di voi la maledizione del cielo. E se mi chiedete come faccio a sapere che i cavoli hanno questi bei pensieri, io domando a voi come fate a sapere che non ne hanno, e che uno, per esempio, a vostra imitazione, non dica a sera richiudendosi: «signor Cavolo Riccio, sono il vostro umile servitore Cavolo Cappuccio».

(trad. di Giovanni Marchi)  

 

2.5 Fra Seicento e Ottocento

Il tema fu poi ripreso da altri, per esempio (1686) da Bernard de Fontenelle (Entretiens sur la pluralité des mondes), in cui l’autore espone a una signora la teoria di Copernico e ne approfitta per riportare l’idea che non ci sia niente di strano nella presenza di esseri viventi sulla Luna, pressapoco sullo stile di Galileo.

Queste teorie, e forse la lettura dell’Icaromenippo lucianeo, dànno il destro a Voltaire di scrivere Micromégas (1752), il cui eroe, che giungere a visitare il sistema solare, arriva nientemeno che dai dintorni della stella Sirio.

In questo clima si inserisce, poco meno di un secolo dopo, il Leopardi di una delle operette morali, Dialogo della terra e della luna.

L’interesse di Leopardi per la luna presa come oggetto poetico e simbolico è profondo e ne tratteremo a parte; piace qui ricordare quella Operetta morale, perché si inserisce perfettamente nella tradizione qui delineata: da Luciano di Samosata (utilizzato soprattutto l’Icaromenippo) ad Ariosto, esplicitamente citato.

Il genere è quello del racconto filosofico, nello stesso stile che abbiamo trovato in Cyrano.

Dopo tanti secoli, la Terra riprende a parlare con la Luna che, per quanto amica del silenzio (per amica silentia lunae), partecipa al dialogo; sulla luna ci sono degli abitanti, diversissimi però da quelli della terra. Non conoscono né armi, né politica, né ambizione. E non ha molto senso cercare di capire come sono i lunari: sono proprio diversi. Ed è una fandonia quella dell’Ariosto: niente di perso sulla terra va sulla luna; chissà dove va. L’unica cosa che unisce i due pianeti è l’infelicità dei loro abitanti: come è infelice tutto cio che esiste nell’universo.  

Altre storie le ricordiamo di passata per gli amatori: Nel Settecento (1785) in Germania, ma scrivendo da vero lunatico in inglese, Rudolph Erich Raspe mandava sul satellite, per ben due volte, il suo notissimo eroe, il Barone di Munchhausen; un secolo più tardi (1865) Jules Verne ci spediva dei proto astronauti, schiacciati dentro una capsula sparata da un cannone.  

 

2.6 Giovanni Pascoli

Concludo gli accenni a questa complessa e ricca vicenda con una enigmatica pagina pascoliana, Gli emigranti della luna, contenuta nei Nuovi poemetti del 1909. Il poema fu ispirato da una notizia letta su un giornale: certi contadini russi pensavano di salire sulla luna per trovarvi terra e libertà, perché uno studente aveva letto loro un libro di Verne, forse proprio Dalla Terra alla Luna. I riferimenti di Pascoli sono pero a qualche trattato di astronomia, fase l’Astronomie populaire di Camille Flammarion, apparso nel 1881. Questa singolare figura di scienziato e divulgatore ha diversi tratti lunatici: è convinto della trasmigrazione delle anime, e dedica il suo primo lavoro, scritto a vent’anni, a La pluralité des mondes habités, che affascinarono anche altri poeti.

Pascoli diffonde sul suo discorso un’aura indecisa, imprecisa, di sogno; per quanto vi si possano riconoscere ampi stralci narrativi, non vi è una trama vera e propria, piuttosto la presenza di figure simboliche che si muovono fra terra e Luna, tra realta e sogno.

Il poema è diviso in sei brevi canti: Il brodiag e lo studente, Com’è la luna, In sogno, Ritorno in sogno, L’altra faccia lunare, In cerca della guida.

Bello sarebbe trovare nell’astro quei luoghi, quei mari che promettono Tranquillità, Sogni, Serenità; anche se essi confinano col Mare della Morte. E l’altra faccia della Luna, quale sogno, quale mistero nasconde? Ci potranno stare lassù degli amanti, fianco a banco eppure lontani, separati e uniti dal lago Dolce, dal Mare dei Sogni? E ci sarà lassù la Guida , l’anziano sospeso tra terra e cielo, che cerca l’estrema dimora quaggiù e lassù?

Dal nostro punto di vista, è interessante soprattutto il primo canto: il brodiag e lo studente rappresentano i due aspetti che abbiamo individuato nella vicenda dei viaggi sulla luna, l’alterità radicale e irraggiungibile delle antiche filosofie, le moderne tesi scientifiche che hanno livellato tutto sulla materia e sulle sue proprietà.

Pascoli resta tuttavia perplesso: il cielo e la luna continuano a mantenere il loro fascino ancestrale, le nuove idee permettono di pensare a conquiste che l’uomo non sapeva nemmeno di poter sperare. Ma in fondo era un’ossessione già di Alessandro Magno, o almeno il poeta gliela attribuiva in Alexandros:

Non altra terra se non là, nell’aria

quella che in mezzo del brocchier vi brilla,

     o Pezetèri: errante e solitaria

terra, inaccessa.

Dal desiderio sfrenato di conquista, alla fantasia di poter realizzare questo desiderio. I contadini russi sono giustificati, in più, dal bisogno, dalla fame. Forse ci sono campi, lassù; e poi, si sa, la fame accende la fantasia.

Gli emigranti nella luna

Canto primo

Il brodiag e lo studente

 

I

Mancava ormai la legna e l’acquavite.

Non venne il sonno e ritornò la fame.

Disse un brodiag ai contadini: «Udite?»

 

Si lisciava la gran barba di rame

senza parlare, e si togliea tra il pelo

le foglie secche e qualche fil di strame.

 

Quelli aprivano gli occhi color cielo,

zuppi di sogno. «Il vento!» disse; «il vento

del nord! Quest’anno tarderà lo sgelo!»

 

E l’isba scricchiolò con un lamento

lungo ad un urto. Alzò le spalle un vecchio

senza levare dalle palme il mento.

 

Gli altri alla romba porsero l’orecchio.

«Hai pane, tu» ghignò il brodiag «tu, fieno!

legna nel canto! latte anche nel secchio!»

 

«Che farci?» disse il vecchio. «Olio, non meno!...»

Il lume un po’ guizzò palpitò sfrisse,

si spense. Il vecchio disse: «Olio, nemmeno».

 

Che farci! Serrò gli occhi. Altro non disse.

Ecco e s’empiva l’abituro d’una

pallida nebbia. Ché via via men fisse

 

vanian le stelle all’alba della luna.

 

 

Il

E la luna calante batté gialla

sull’impannata. Netta, senza brume, stava,

sul liscio mar di neve a galla.

 

L’immensa taiga biancheggiava al lume.

Qualche betulla nuda, qualche

cono d’abete, e solchi d’ombra d’un gran fiume.

 

E si levò tra quelle genti un suono

dolce di voce: «Il giovine straniero

giunto tra noi, che parla a noi, ch’è buono...

 

egli sa tutto; vede anche il pensiero

chiuso nei cuori... egli leggeva un giorno

un libro, Il libro che ci dice il vero...

 

La Luna , dice, è un’altra Terra, attorno

a questa Terra. E ci si va. C’è gente

che v’andò, che ne parla, ora, al ritorno...»

 

La giovinetta voce piovea lente

le sue parole. Balenava un raggio

or qua or là da due pupille attente.

 

E il contadino e il boscaiol selvaggio

e donne e bimbi nella solitaria

capanna, udian la storia del passaggio

 

a quella luna, per il mar dell’aria.

 

 

III

Scrollò la testa, il vecchio, e disse: «Tale!

L’uomo non vola, o garrula ghiandaia,

come gli uccelli e come le parole!

 

L’acqua ci può. Sul fiume va l’alzaia,

non già per aria. L’aria è aria; nulla.

Ma l’acqua è cosa, quando pur traspaia.

 

Fole da dire sotto una betulla,

d’estate, a sera…» Ed ella disse: «Allora

le nuvole?…» E il brodiag: «Ecco, fanciulla!

 

Terra e lombrichi vede chi lavora

la terra. C’è nel mondo altro, che il grano!

Il sole cade; e l’uomo fa l’aurora!

 

Uno bisbiglia; e l’ode uno lontano

le mille miglia! I carri vanno a torma,

da sé, con un fragore d’uragano!

 

E c’è chi vola senza lasciar l’orma.

Sì! Sì... come la nuvola che batte

nella luna, e si ragna e si deforma...»

 

Le sue parole in un chiaror di latte

passavano, nel loro alitar su.

Come nuvole presto fatte e sfatte

 

le rimirava l’umile tribù.

 

Ma non c’è più tempo per dirne niente, specie ora che son cose superate dai tempi, che sulla luna l’uomo è già arrivato e può andarci ogni volta che vuole.